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Out from the rabbit hole

Sono una ragazza terribile.

Ho abbandonato il blog per tempo immemore, senza nemmeno dare un cenno di vita. Per i pochi che si fossero preoccupati, si sono ancora viva e vegeta. Ma in questa estate si sono susseguiti una serie di imprevedibili eventi che mi hanno tenuto lontana dal mio spazio cibernetico. La costanza non è mai stata dalla mia, ma questa volta ho un motivo valido.

Ci sono state decisioni da prendere e aerei e fusi orari. Sveglie all’alba, il mare e la voglia di stare lontano dal mondo. Il lavoro, tanto e opprimente.
E in fondo a tutto questo un trasferimento.

Per fortuna ho affrontato questo  cambio radicale di vita insieme alla persona che amo. E al mio gatto. E anche se a volte essere in due (tre) rende le cose più impegnative, sapere che qualsiasi cosa accadrà ci sarà sempre Mister Duffy a darmi il bacio della buonanotte colora il mondo di una sfumatura di gioia  e infinite possibilità. Qualsiasi cosa mi riserverà il destino, ci terremo per mano e guarderemo l’orizzonte vicini.

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Si, la citazione è presa da Hunger Games. Sappiate che amo la saga e mi è piaciuto tantissimo il film. E sì, sono un pò cresciuta rispetto alla media dei fans.

A Luglio ho fatto uno di quei viaggi che ti cambiano un po’. Ho visto un Paese meraviglioso che mi è rimasto incastrato in gola. Sento ancora le immagini palpitarmi nel cuore, odori lontani che invadono i ricordi, mi vedo felice e stanca in una terra lontana, in cui la natura è impervia e l’uomo si è unito ad essa. L’ha domata e rispettata. É stato un viaggio davvero faticoso e bellissimo. Con lo zaino sulla schiena, le ore di sonno ridotte ai minimi termini. L’abbigliamento e il trucco ridotti ai limiti della sussistenza (stavo anche preparando un post, ma tra i preparativi e il lavoro non sono riuscita a pubblicarlo). Sono tornata in contatto con me stessa, mi sono resa conto dell’immensità delle montagne e del mondo. Siamo piccoli e futili, noi. E godere della Bellezza mi ha fatto sentire privilegiata, senza gli orpelli che disegnano la mia vita metropolitana, mi sono sentita più io che mai.

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Dopo 7 anni di felice e convulsa vita romana ho scelto Milano come prossima destinazione di vita. Ho lasciato il lavoro – sì, in questi tempi di crisi ho scelto di rinunciare al mio misero stipendio – per frequentare un Master nella città della Madonnina. Questo ha significato prepararsi per i test di ammissione, cercare inquilini per la mia amorevole caverna romana, trovare una casa a Milano, e in tutto questo continuare anche a recarmi al lavoro. E poi le bollette da pagare e contratti da leggere, abbonamenti da disdire, cambi di indirizzo da comunicare; strane parole come voltura e cedolare secca sono diventate il pane quotidiano.
Ho visto la mia casa, un agglomerato di ricordi e paccotiglia sentimentale, lentamente spogliata della mia anima. I quadri che mi ricordano quanto viaggiare faccia parte di me, sono accatastati in un angolo; i dischi e i libri a soffocare negli scatoloni. Ho dovuto scegliere cosa portare con me e cosa abbandonare, un ricatto affettivo davvero difficile da digerire. Per una donna-ghiro con la sindrome da accumulo come me, tutto questo  movimento equivale a uno tsunami esistenziale di dimensioni epiche.

Lasciare Roma non è facile. Ho già cambiato città una volta, ero più piccola e abbandonavo la terra madre, lasciando l’infanzia, la famiglia e le piccole certezze di adolescente. Ma ora è tutto più difficile. Non si tratta semplicemente di lasciare i miei e trovare una sistemazione altrove, fare bagagli leggeri e salutare tutti.
Roma è la città in cui ho scelto di crescere, in cui mi sono costruita da sola, faticosamente e dolorosamente. Ho creato la mia rete di relazioni, ho trovato l’amore, sono diventata quasi adulta, sono andata convivere e ho arredato la mia prima casa.
Roma è bella e piena di ricordi. Spero di poterci tornare spesso, perché rimarrà per sempre un pezzo del mio cuore al ghetto ebraico e l’ombra dei miei sorrisi più spontanei e sguaiati aleggerà nelle notti del Pigneto. Ci saranno le suole consumate delle mie converse a percorrere infinite volte le strade del centro, a ricordare i momenti delle passeggiate solitarie e le corse alcoliche alle prime luci dell’alba. Ci sarà per sempre una parte di me, importante, meravigliosa e triste, che rimarrà incastrata tra i sampietrini romani.

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Trasferirmi a Milano mi rende felice, sia chiaro. Sono carica di attesa ed aspettative. Elettrica come solo l’inizio di una nuova avventura ti può rendere. Sono anche quella che diceva “A Milano io? Mai!” e invece, dopo tre giorni a correre da un quartiere all’altro, camminare e saltare in metro, devo ammettere che mi ha fatto davvero una bella impressione. Non ci siamo capite al volo, mi sono sentita un pò persa e con gli occhi bassi all’inizio. Ma dopo il nostro impatto traballante ho cominciato ad innamorarmi della sua efficienza, della correttezza per strada, delle biciclette e del suo essere pianeggiante; mi sono piaciute le architetture gotiche e di respiro europeo, la piccola casa al quarto piano in cui sto per trasferirmi. Ho iniziato a prendere confidenza con i quartieri, con l’atam e la Stazione Centrale, con i negozi (pericolosissimi) e i musei. Credo che Milano abbia molto da offrirmi, spero di saperlo cogliere e non farmi fermare dalla nebbia e dal freddo.

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Il tempo per dedicarmi al blog è stato davvero poco, io stessa mi sono truccata in modo banale e ripetitivo, anche i miei acquisti si sono ridotti all’osso. Insomma, pur volendo avrei avuto davvero pochi argomenti da condividere con voi. In compenso il mio parco-rossetti si è di molto ampliato, così come la mia conoscenza del mercato immobiliare 🙂
Sono stata fuori dal giro cosmetico, lo ammetto. Ho scoperto le nuove collezioni Mac grazie ai regali di mia madre, sono entrata da Kiko ma non riuscivo a focalizzare la mia attenzione su nulla. Gli stand essence li ho visti di sfuggita correndo al supermercato in orario di chiusura. In questo periodo mi sono dedicata agli altri hobby che per troppo tempo ho trascurato.
Ma questo periodo di “dieta forzata” mi ha reso più cosciente di quello che mi serve realmente, ho conosciuto bene i prodotti in mio possesso. Ho anche (inutilmente) risistemato la mia zona trucco, scoprendo quanta roba sta lì ad aspettare inerte la data di scadenza. Sono diventata un ‘asso nei trucchi fast food, quelli che riesci a fare in 10 minuti e ad avere un aspetto decente. Mi sono focalizzata sulla base e ho capito come certi colori mi stiano meglio che altri, perchè io e la teoria dei colori siamo due rette parallele e salto il fosso con estrema difficoltà.
Devo fare però un grandissima mea culpa che spero mi perdonerete: ho lavato i miei teneri pennelli davveeero di rado. Sprizzano germi da ogni setola.

In compenso ho letto davvero un sacco di libri, sono tornata a scrivere (un racconto), ho visto una marea di serie e film per adolescenti che mi hanno ricordato che la sindrome di peter pan è sempre in agguato, anche se si cresce.

Ho ricominciato a leggere moltissimo. Il mio kindle si scaricava alla velocità della luce, passando da un genere all’altro senza timori. Dalle saghe young adult di cui mi sono innamorata, ai gialli francesi, ai “classici” inglesi che mi hanno fatto morire dal ridere, alla letteratura russa che rimane il mio unico grande folle amore.
Non che abbia mai davvero smesso davvero di leggere, ma ci sono periodi della vita in cui mi rendo conto di come solo immergermi in un libro, allontanarmi dal mondo riesce a salvarmi, a non farmi andare in ansia. Ho passato mesi di notti insonni illuminata dalle parole che scorrevano veloci, immersa nel buio e in mondi lontani. Per me i libri sono una delle principali ragioni di felicità, non potrei immaginarmi senza qualche titolo nella lista dei desideri, con la vita scandita dagli scaffali diligentemente organizzati in ordine alfabetico (sì, è una delle pochissime cose che riesco a tenere in ordine maniacale).

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E poi sono finalmente tornata a scrivere. Ho un diario da quando faccio le elementari (non sempre lo stesso), ho scritto poesie, fan fiction (perchè la nerditudine è in me!), racconti sempre incompiuti. Scrivere mi ha sempre reso libera, esorcizzando le mie paure e le mie fantasie. I dolori, i ricordi, nero su bianco acquistano una dimensione reale e comprensibile ai miei occhi. Non sono mai stata brava a parlare, non ho mai avuto la battuta pronta, ma quando ho in mano una penna tutto diventa più chiaro ai miei occhi, più semplice. Erano probabilmente anni che non mi mettevo “al lavoro” su qualcosa di serio, avevo smesso di scrivere eoni fa e ormai l’ansia di non esserne più in grado mi allontanava ancora di più dalle parole. Ma nei momenti difficili, in cui hai la sensazione di perdere te stessa, le poche armi che hai a disposizione urlano a gran voce di essere usate. Non importa quanto tu abbia la sensazione di essere incapace, devi usarle per combattere i tuoi fantasmi. E così ho iniziato a riempire diari di pensieri sconnessi e di immagini lontane. Mi sono ritrovata tra le mani un racconto (o meglio una fan fiction, rimarrò per sempre una nerd peter pan e va bene così), che sta prendendo forma a singhiozzi. E mi ha fatto ricordare di tempi lontani in cui sognavo di vivere a Parigi e di essere una scrittrice. Perchè i sogni, anche quelli irrealizzati, ci rendono ciò che siamo. Non dobbiamo mai calpestarli per un futuro più solido e certo.

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In queste settimane, sarò ancora sommersa di impegni da adulta, treni da prendere, scatoloni, chiamate da numeri sconosciuti; ma vorrei tornare a scrivervi qualcosa, a dimostrazione che anche una donna accidiosa come me non smette di truccarsi quando la vita si fa complicata. Che a 4000 metri sul livello del mare, nella foresta sotto la pioggia, tutto è ancora più bello con una riga di eye-liner waterproof.

Nelle prossime settimane vedrete qualche drama tag passare da qua – sono bellissimi e mi dispiace essermeli persi – i miei preferitissimi di questa caotica estate, un post sui miei pennelli (sono uno dei miei grandi amori ma mi sono resa conto che è un argomento in cui serve raziocinio), magari vi faccio vedere la magnifica beauty station sopra la lavatrice che tra poco smantellerò e poi sicuramente parlerò di rossetti perchè sono diventata una costante nella mia giornata.
Infine, stavo pensando di aprire una pagina facebook, perchè almeno su quella riuscirei ad essere presente, e inserire qualche post di argomenti extra-trucco, anche se non ho ancora deciso cosa, vi potrebbero interessare consigli settimanali su film (visto che è “il mio settore di competenza lavorativa”), o/e libri e musica (purchè siate interessati a canzoni tristi e dal vago sapore hipster…)?

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Sì, ci sono. Incasinata come non mai, ma ci sono.

P.S. Non ho vi ho detto dove sono stata quest’estate, avete indovinato dalle foto? (non barate!)
In caso contrario vi do un piccolissimo aiuto…enjoy!

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Tutte le foto sono state scattate da me. Sono i miei ricordi e frammenti di vita. Vi prego di non rubarle deliberatamente.

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Diario di una consumatrice non responsabile: Non sei una beauty b(v)logger se non hai una yankee candle.

Riflessioni random su come tutto cambia ma in fondo non cambia niente. (Nulla di personale)

Innanzitutto, vorrei che tutte le ragazze che comprano con amorevole passione candele non si sentano accusate dalle mie parole. Anche io ho diverse yankee candle e altre candele in giro per casa, quindi queste riflessioni partono, come sempre, innanzitutto da me.

Io amo il mio essere beauty addict. Credo che dopo anni in cui una donna doveva nascondere la cura per se stessa, lasciando che il mondo maschile (ista) apprezzasse tutti i suoi sforzi per essere bella ma “acqua e sapone”; finalmente siamo riuscite a prenderci una rivincita. Il fatto che amiamo prenderci cura di noi e truccarci, non è un crimine (ma su questo avevo già ampiamente esposto il mio punto di vista qualche tempo fa ), ma la cosa più bella è che finalmente lo facciamo per noi stesse, senza  passare per forza per quelle che  “no, sono uscita così come sono scesa dal letto” dopo ore spese dall’estetista.

L’apertura totale di moltissime donne al mondo dei cosmetici, la loro curiosità e la loro voglia di provare ha radicalmente modificato questa industria. In primo luogo facendola diventare uno dei più importanti settori anticiclici: in tempi di crisi nera, infatti, il comparto cosmetica registra delle crescite inaspettate (il fatturato cosnova del 2012 è stato di 200 milioni di euro).  In generale il mercato cosmesi è sempre stato caratterizzato da un’andatura anticiclica (il famoso lipstick index insomma), ma nel complesso la cosa che personalmente mi colpisce molto è come si sono spostate le scelte di spesa: il fatto che la migliore tenitura sia quella della cosmesi, a sfavore di skincare, profumi e prodotti per capelli, secondo me è un segnale di come siamo divenute consumatrici che amano le spese improvvisate, che si “consolano” con i prodotti che costano – in senso assoluto – meno e che ci permettono di spaziare (per quante creme possiate acquistare  se ne potrà usare sempre una alla volta).

Un altro fondamentale cambiamento è avvenuto nelle modalità di comunicazione e persuasione dei prodotti e dei brand. Sì perchè tutte, per quanto razionali e attente possiamo vederci, siamo irrimediabilmente influenzate dagli sforzi in termini pubblicitari messi in atto dalle case cosmetiche, che sono state molto brave nel cambiare in tempi rapidi i loro processi interni.
Quello di cui voglio parlare è il loro modo di persuaderci, anche se grandi cambiamenti sono avvenuti anche nell’offerta, con un boom di prodotti sempre più innovativi necessari per spingerci a comprare sempre di più (effetto di sostituzione = se ho già un fondotinta l’unica cosa che mi spingerà ad acquistarne altre 4 è la promessa che siano molto diversi tra loro e che offrano qualcosa di innovativo). Avete fatto caso all’uso esasperante delle parole “nuovo” “innovativo” nelle ultime campagne pubblicitarie (CC? BB? glossy/ultraglossy?). Insomma, io sono la prima  a folleggiare per i prodotti innovativi, ma a volte non so più quando innovativo è sinonimo di “abile mossa di marketing”.

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 I modelli di consumo sono radicalmente cambiati e con essi il modo in cui le aziende cercano di venderci i loro prodotti (perchè sì, il fine ultime di qualsiasi meravigliosa campagna istituzionale è sempre quello vendere)

Il bisogno da soddisfare non è più quello di essere come le meravigliose, quanto photoshoppate modelle delle campagne delle grandi case cosmetiche high-end europee (Lancòme, Dior, Chanel), che per decenni sono state l’obiettivo massimo che ogni donna curata si prefiggeva. La nuova voglia parla di esotico, di sogni americani e di libertà (oltre a quello di essere meglio che appena saltate dal letto, of course). Fino a qualche anno fa era praticamente impensabili imbarcars in assurde avventure cibernetico-postali, tra costi di spedizione spropositato e l’ansia-da-dogana.
Questo perchè siamo diventate consumatrici molto più informate, certo, ma anche consumatrici molto più compulsive e alla fremente ricerca di novità e nuovi modelli di omologazione (sì, ho usato l’odiosa parola che da trenta righe mi stava tenendo dentro).

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Le influencer -le prime e forse le uniche che meritano di essere chiamate tali – sono ragazze normali, ma mica tanto. Perchè diciamocelo: col piffero che io potevo andarmene a new york, dopo il costoso ied, a fare un corso d’inglese e poi un corso di trucco. No davvero. Così come non credo potrò mai avere una stanza adibita a zona trucco, perchè siamo in tre (due essere umani più un essere felino) a dover campare in casa e mai e poi mai toglierei uno spazio che potrebbe essere condiviso solo per poter rimirare i miei trucchi (a volte lo faccio, mentre carico la lavatrice, visto che quello è il posto dei miei trucchi). Sono cosmopilite, dall’allure anglosassone, carine-ma-non-troppo. Dannatamente studiate. Non che questo mi crei grossi problemi, ma sono quelle cose che si dovrebbe far presente a una ragazzina di 12 anni (che mi chiedo cosa diavolo se ne fa di un vanity table con sopra migliaia di euri in trucchi, ma le digressioni morali forse non spettano a una che a quell’età stava ancora giocando ai power rangers)

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io le voglio eh! la mia è solo onestà intellettuale

Con questo non voglio dare una connotazione negativa ai nuovi meccanismi che ci spingono a comprare molti prodotti. Allo stesso tempo si è creata una ricchissima rete di ragazze che hanno deciso di dire la loro, il proprio punto di vista sull’abnorme quantità di trucchi che gravitano nel proprio bagno. Senza intermediazioni, nè accordi con le case cosmetiche. Il passaparola è diventato cibernetico e ragazze di ogni parte d’Italia si scambiano idee, suggerimenti, esperienze. Portando le case cosmetiche a far fronte a colossali bocciature che hanno portato alla dismisisoni di prodotti o alla veloce produzione di prodotti di grande successo, cavalcando l’onda di chi, pioniere, ha introdotto nel democratico (ancora?) canale cibernetico prodotti fino a ieri poco conosciuti. Noi stesse siamo divenute decisori fondamentali nelle scelte strategiche delle case cosmetiche, perché più preparate e più attente. Perchè alla fine siamo noi che le sosteniamo, che gli permettiamo di vivere. Non dimenticatelo mai.

Tutto questo inutile papiro solo per dire che il mondo del beauty si sta ampliando e sta radicalmente modificandosi, nel bene e nel male. Come in ogni processo di trasformazione, ci sono due facce per la stessa medaglia. Pr questo è sempre assolutamente fondamentale usare la testa ed essere personae bilanciate, in grado di ragionare con acume anche su un argomento di primo impatto frivolo come la cosmesi.

p.s. non so se questi argomenti un po’ da bacchettona possano interessare qualcuno veramente. Io ho lasciato tutto nel vago (articolo scritto in treno, come la maggioranza dei suoi predecessori), MA in caso affermativo fatemelo sapere, nel mio tempo libero (leggi= nei miei momenti di scazzo al lavoro) sappiate che mi dedico ad assidue letture accademiche sull’argomento (sì sono una persona triste). E di teorie cospirazioniste e pseudo-economiche sul mondo beauty ne ho a bizzeffe per fracassarvi i marùn 😛

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