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Diario di una consumatrice non responsabile: Non sei una beauty b(v)logger se non hai una yankee candle.

Riflessioni random su come tutto cambia ma in fondo non cambia niente. (Nulla di personale)

Innanzitutto, vorrei che tutte le ragazze che comprano con amorevole passione candele non si sentano accusate dalle mie parole. Anche io ho diverse yankee candle e altre candele in giro per casa, quindi queste riflessioni partono, come sempre, innanzitutto da me.

Io amo il mio essere beauty addict. Credo che dopo anni in cui una donna doveva nascondere la cura per se stessa, lasciando che il mondo maschile (ista) apprezzasse tutti i suoi sforzi per essere bella ma “acqua e sapone”; finalmente siamo riuscite a prenderci una rivincita. Il fatto che amiamo prenderci cura di noi e truccarci, non è un crimine (ma su questo avevo già ampiamente esposto il mio punto di vista qualche tempo fa ), ma la cosa più bella è che finalmente lo facciamo per noi stesse, senza  passare per forza per quelle che  “no, sono uscita così come sono scesa dal letto” dopo ore spese dall’estetista.

L’apertura totale di moltissime donne al mondo dei cosmetici, la loro curiosità e la loro voglia di provare ha radicalmente modificato questa industria. In primo luogo facendola diventare uno dei più importanti settori anticiclici: in tempi di crisi nera, infatti, il comparto cosmetica registra delle crescite inaspettate (il fatturato cosnova del 2012 è stato di 200 milioni di euro).  In generale il mercato cosmesi è sempre stato caratterizzato da un’andatura anticiclica (il famoso lipstick index insomma), ma nel complesso la cosa che personalmente mi colpisce molto è come si sono spostate le scelte di spesa: il fatto che la migliore tenitura sia quella della cosmesi, a sfavore di skincare, profumi e prodotti per capelli, secondo me è un segnale di come siamo divenute consumatrici che amano le spese improvvisate, che si “consolano” con i prodotti che costano – in senso assoluto – meno e che ci permettono di spaziare (per quante creme possiate acquistare  se ne potrà usare sempre una alla volta).

Un altro fondamentale cambiamento è avvenuto nelle modalità di comunicazione e persuasione dei prodotti e dei brand. Sì perchè tutte, per quanto razionali e attente possiamo vederci, siamo irrimediabilmente influenzate dagli sforzi in termini pubblicitari messi in atto dalle case cosmetiche, che sono state molto brave nel cambiare in tempi rapidi i loro processi interni.
Quello di cui voglio parlare è il loro modo di persuaderci, anche se grandi cambiamenti sono avvenuti anche nell’offerta, con un boom di prodotti sempre più innovativi necessari per spingerci a comprare sempre di più (effetto di sostituzione = se ho già un fondotinta l’unica cosa che mi spingerà ad acquistarne altre 4 è la promessa che siano molto diversi tra loro e che offrano qualcosa di innovativo). Avete fatto caso all’uso esasperante delle parole “nuovo” “innovativo” nelle ultime campagne pubblicitarie (CC? BB? glossy/ultraglossy?). Insomma, io sono la prima  a folleggiare per i prodotti innovativi, ma a volte non so più quando innovativo è sinonimo di “abile mossa di marketing”.

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 I modelli di consumo sono radicalmente cambiati e con essi il modo in cui le aziende cercano di venderci i loro prodotti (perchè sì, il fine ultime di qualsiasi meravigliosa campagna istituzionale è sempre quello vendere)

Il bisogno da soddisfare non è più quello di essere come le meravigliose, quanto photoshoppate modelle delle campagne delle grandi case cosmetiche high-end europee (Lancòme, Dior, Chanel), che per decenni sono state l’obiettivo massimo che ogni donna curata si prefiggeva. La nuova voglia parla di esotico, di sogni americani e di libertà (oltre a quello di essere meglio che appena saltate dal letto, of course). Fino a qualche anno fa era praticamente impensabili imbarcars in assurde avventure cibernetico-postali, tra costi di spedizione spropositato e l’ansia-da-dogana.
Questo perchè siamo diventate consumatrici molto più informate, certo, ma anche consumatrici molto più compulsive e alla fremente ricerca di novità e nuovi modelli di omologazione (sì, ho usato l’odiosa parola che da trenta righe mi stava tenendo dentro).

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Le influencer -le prime e forse le uniche che meritano di essere chiamate tali – sono ragazze normali, ma mica tanto. Perchè diciamocelo: col piffero che io potevo andarmene a new york, dopo il costoso ied, a fare un corso d’inglese e poi un corso di trucco. No davvero. Così come non credo potrò mai avere una stanza adibita a zona trucco, perchè siamo in tre (due essere umani più un essere felino) a dover campare in casa e mai e poi mai toglierei uno spazio che potrebbe essere condiviso solo per poter rimirare i miei trucchi (a volte lo faccio, mentre carico la lavatrice, visto che quello è il posto dei miei trucchi). Sono cosmopilite, dall’allure anglosassone, carine-ma-non-troppo. Dannatamente studiate. Non che questo mi crei grossi problemi, ma sono quelle cose che si dovrebbe far presente a una ragazzina di 12 anni (che mi chiedo cosa diavolo se ne fa di un vanity table con sopra migliaia di euri in trucchi, ma le digressioni morali forse non spettano a una che a quell’età stava ancora giocando ai power rangers)

clio
io le voglio eh! la mia è solo onestà intellettuale

Con questo non voglio dare una connotazione negativa ai nuovi meccanismi che ci spingono a comprare molti prodotti. Allo stesso tempo si è creata una ricchissima rete di ragazze che hanno deciso di dire la loro, il proprio punto di vista sull’abnorme quantità di trucchi che gravitano nel proprio bagno. Senza intermediazioni, nè accordi con le case cosmetiche. Il passaparola è diventato cibernetico e ragazze di ogni parte d’Italia si scambiano idee, suggerimenti, esperienze. Portando le case cosmetiche a far fronte a colossali bocciature che hanno portato alla dismisisoni di prodotti o alla veloce produzione di prodotti di grande successo, cavalcando l’onda di chi, pioniere, ha introdotto nel democratico (ancora?) canale cibernetico prodotti fino a ieri poco conosciuti. Noi stesse siamo divenute decisori fondamentali nelle scelte strategiche delle case cosmetiche, perché più preparate e più attente. Perchè alla fine siamo noi che le sosteniamo, che gli permettiamo di vivere. Non dimenticatelo mai.

Tutto questo inutile papiro solo per dire che il mondo del beauty si sta ampliando e sta radicalmente modificandosi, nel bene e nel male. Come in ogni processo di trasformazione, ci sono due facce per la stessa medaglia. Pr questo è sempre assolutamente fondamentale usare la testa ed essere personae bilanciate, in grado di ragionare con acume anche su un argomento di primo impatto frivolo come la cosmesi.

p.s. non so se questi argomenti un po’ da bacchettona possano interessare qualcuno veramente. Io ho lasciato tutto nel vago (articolo scritto in treno, come la maggioranza dei suoi predecessori), MA in caso affermativo fatemelo sapere, nel mio tempo libero (leggi= nei miei momenti di scazzo al lavoro) sappiate che mi dedico ad assidue letture accademiche sull’argomento (sì sono una persona triste). E di teorie cospirazioniste e pseudo-economiche sul mondo beauty ne ho a bizzeffe per fracassarvi i marùn 😛

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Diario di una consumatrice non responsabile: il marketing dei colori

 Ieri stavo sistemando nel mio ripiano al bagno tutti i prodotti di skincare che ultimamente sto utilizzando con frequenza e che mi hanno fatto accantonare il resto. Hanno tutti le confezioni bianco e rosa pallido.

Il verde, invece, era il colore che predominava in precedenza, quando la mia pelle gridava pietà. Mi piaceva usare prodotti verdi, nel packaging o proprio nella consistenza del prodotto.

Proprio oggi stavo passando in rassegna i prodotti che reperisco per il corpo. Sono tutti bianchi.

Le mie spazzole, scelte tra mille colori, sono tutte nere.

Sto parlando solo di banale packaging, di null’altro. Ma è una cosa che mi ha fatto un po’ riflettere. É come se inconsciamente associassi questi colori a determinati benefici e sensazioni. Probabilmente il rosa pallido mi fa pensare a una pelle sana e curata. Il bianco mi ricorda la morbidezza e la calma. Il nero mi fa pensare a qualcosa in grado di domare, tenere a bada.

Come vi dicevo sono una persona che acquista in modo compulsivo, ma che poi ci rimurgina molto su. Dopo.

Non sto dicendo che acquisto solo in base al packaging e al suo colore. Sono una che si mette a fare qualche ricerca prima, a capire che benefici può avere quel prodotto sulla mia pelle, se ha qualcosa di diverso dai prodotti usati in precedenza, per il quale valga la pena provare.

Però, ecco, forse il packaging e i colori hanno la loro influenza, magari minima, sicuramente inconscia. Non ho acquistato questi prodotti d’impulso, ma è come se fossi maggiormente soddisfatta del loro colore, della loro univocità cromatica.

Facendo qualche ricerca sui miei libri di marketing non ho trovato grandi riscontri: come consumatrice compulsiva dovrei essere attirata dai colori squillanti, in grado di indurmi alla call to action e alla felicità, mentre come consumatrice “responsabile” dovrei essere attratta dal prestigio che emana il blu (tipo Barilla e Dior, per fare un’esempio).

Insomma rispetto a quello che la teoria del marketing dice, io credo che la piacevolezza del colore, oggi, non sia un elemento da tenere in considerazione nella fase di pre-acquisto, quanto nella fase di soddisfazione post-acquisto.

In particolar modo questo mio punto di vista, frutto solo della mia piccola esperienza personale, vale in un campo come quello cosmetico, in cui l’acquisto è sempre più condizionato dall’immensa massa di informazioni bottom-to-bottom (anche se sul flusso informativo tra noi e le aziende potrei aprire una parentesi lunga una vita) che circonda noi consumatrici. Difficilmente compriamo un prodotto così, solo perché in quel momento ci piace, ma siamo sicuramente più condizionate da canali alternativi quali video youtube, blog e forum.

Siamo consumatrici molto preparate in fondo, che si mattono a leggere gli inci dei prodotti, che non si fidano più solo del consiglio dell’inesperta commessa di turno; facciamo prove, valutiamo i prezzi in base alla quantità e agli ingredienti.

Ma rimaniamo sempre consumatrici passionali, attente, credo, anche al bello.

Ok, questo è un semplice sproloquio della domenica mattina assolutamente fuori programma (vi volevo parlare di trucco primaverile, pensa un pò…), non so se abbia senso o se possa interessare a qualcuno. Purtroppo sono laureata in comportamenti di consumo, oltre ad essere una consumatrice inarrestabile, e non posso fare a meno di farmi mille pare mentali sui miei acquisti.

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