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Diario di una consumatrice non responsabile: il marketing dei colori

 Ieri stavo sistemando nel mio ripiano al bagno tutti i prodotti di skincare che ultimamente sto utilizzando con frequenza e che mi hanno fatto accantonare il resto. Hanno tutti le confezioni bianco e rosa pallido.

Il verde, invece, era il colore che predominava in precedenza, quando la mia pelle gridava pietà. Mi piaceva usare prodotti verdi, nel packaging o proprio nella consistenza del prodotto.

Proprio oggi stavo passando in rassegna i prodotti che reperisco per il corpo. Sono tutti bianchi.

Le mie spazzole, scelte tra mille colori, sono tutte nere.

Sto parlando solo di banale packaging, di null’altro. Ma è una cosa che mi ha fatto un po’ riflettere. É come se inconsciamente associassi questi colori a determinati benefici e sensazioni. Probabilmente il rosa pallido mi fa pensare a una pelle sana e curata. Il bianco mi ricorda la morbidezza e la calma. Il nero mi fa pensare a qualcosa in grado di domare, tenere a bada.

Come vi dicevo sono una persona che acquista in modo compulsivo, ma che poi ci rimurgina molto su. Dopo.

Non sto dicendo che acquisto solo in base al packaging e al suo colore. Sono una che si mette a fare qualche ricerca prima, a capire che benefici può avere quel prodotto sulla mia pelle, se ha qualcosa di diverso dai prodotti usati in precedenza, per il quale valga la pena provare.

Però, ecco, forse il packaging e i colori hanno la loro influenza, magari minima, sicuramente inconscia. Non ho acquistato questi prodotti d’impulso, ma è come se fossi maggiormente soddisfatta del loro colore, della loro univocità cromatica.

Facendo qualche ricerca sui miei libri di marketing non ho trovato grandi riscontri: come consumatrice compulsiva dovrei essere attirata dai colori squillanti, in grado di indurmi alla call to action e alla felicità, mentre come consumatrice “responsabile” dovrei essere attratta dal prestigio che emana il blu (tipo Barilla e Dior, per fare un’esempio).

Insomma rispetto a quello che la teoria del marketing dice, io credo che la piacevolezza del colore, oggi, non sia un elemento da tenere in considerazione nella fase di pre-acquisto, quanto nella fase di soddisfazione post-acquisto.

In particolar modo questo mio punto di vista, frutto solo della mia piccola esperienza personale, vale in un campo come quello cosmetico, in cui l’acquisto è sempre più condizionato dall’immensa massa di informazioni bottom-to-bottom (anche se sul flusso informativo tra noi e le aziende potrei aprire una parentesi lunga una vita) che circonda noi consumatrici. Difficilmente compriamo un prodotto così, solo perché in quel momento ci piace, ma siamo sicuramente più condizionate da canali alternativi quali video youtube, blog e forum.

Siamo consumatrici molto preparate in fondo, che si mattono a leggere gli inci dei prodotti, che non si fidano più solo del consiglio dell’inesperta commessa di turno; facciamo prove, valutiamo i prezzi in base alla quantità e agli ingredienti.

Ma rimaniamo sempre consumatrici passionali, attente, credo, anche al bello.

Ok, questo è un semplice sproloquio della domenica mattina assolutamente fuori programma (vi volevo parlare di trucco primaverile, pensa un pò…), non so se abbia senso o se possa interessare a qualcuno. Purtroppo sono laureata in comportamenti di consumo, oltre ad essere una consumatrice inarrestabile, e non posso fare a meno di farmi mille pare mentali sui miei acquisti.

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